La storia dell’orso polare
“Prova a non pensare all’orso polare. Vedrai che il dannato ti verrà in mente ogni santo minuto”. Così Dostoevskij, in “Note invernali su impressioni estive”, aveva involontariamente descritto il processo ironico, ossia quel fenomeno per cui il tentativo di sopprimere un pensiero aumenta la probabilità che venga in mente proprio quell’idea che tanto si cerca di allontanare.
Succede tutte le volte in cui la cosa che non vorremmo dire esce candidamente dalle nostre labbra o quando cerchiamo di costringerci a non pensare a una certa cosa o a una certa persona e non possiamo fare a meno di farlo. O ancora quando ci troviamo proprio a compiere quell’azione che ci eravamo ripromessi di tenere sotto controllo.
Ma perché succede tutto questo?
I processi cognitivi che provocano questo cortocircuito
Quando sappiamo di dover evitare un’azione o un pensiero, nel nostro cervello si attivano meccanismi che in condizioni normali funzionano eccellentemente. I problemi nascono quando il sistema cognitivo è sovraccaricato o sotto stress. In questi casi, il tentativo di sopprimere un’azione o un pensiero causa, secondo Wegner, uno dei maggiori studiosi di questo tipo di processi, il paradossale effetto di aumentare la probabilità di compiere una certa azione o di farsi venire in mente un certo pensiero.
Ad esempio, molti studi evidenziano che chi è a dieta, a differenza di chi non è sottoposto a un regime di restrizione alimentare, tende ad assumere una maggiore quantità di cibo percepito come ipercalorico.
Due i meccanismi implicati: lo sforzo cosciente di non pensare a qualcosa, per esempio impegnandosi in qualche attività distraente, e un meccanismo di controllo, che Wegner chiama “processo di monitoraggio inconscio”, che cerca di evitare che l’orso polare si insinui tra i pensieri distraenti.
I due processi lavorano insieme, ma gli errori ironici sono responsabilità del secondo, che andrebbe in tilt quando il carico computazionale supera la capacità cognitiva dell’individuo.
Gli effetti
Per capire gli effetti del processo sopra descritto, è importante spiegare il fenomeno del “priming cognitivo”, per cui l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi, come nel caso in cui la ripetizione di una certa parola aumenta la probabilità che una parola simile sia fornita come risposta a una domanda, anche qualora non sia la risposta corretta.
Tornando al processo ironico, la ricerca degli errori, attraverso meccanismi di priming cognitivo, finisce per aumentare la possibilità che emerga un certo pensiero. Il pensiero evitato, tenuto inconsciamente presente, farebbe da suggerimento, rendendo più probabile che il pensiero stesso emerga al primo indizio pertinente.
In altre parole, reprimere pensieri e emozioni può favorire il processo ironico: paradossalmente rende più accessibile proprio quello si vorrebbe evitare!
Implicazioni cliniche
Gli studi sul rebound, cioè l’intrusione di pensieri ossessivi sul lungo periodo, spiegano perché solo certi individui sviluppano problemi di natura psicologica. Il motivo sembra essere la variabilità individuale nell’affrontare pensieri negativi. Gli individui che hanno una maggiore tendenza alla repressione risultano più suscettibili ad effetti negativi come il rebound.
Un altro importante campo di studi è quello del controllo delle emozioni. Secondo Philip Quartana, della Rosalind Franklin University of Medicine and Science di Chicago, le osservazioni di Wegner si applicano anche alle emozioni: “Reprimere certe emozioni negative può dare luogo a processi di tipo ironico”.
Tutto questo apre nuove strade per sostenere chi soffre di problematiche psicologiche legate al controllo.
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