Dottoressa, è proprio così come le ho detto! Io esco dal lavoro e mi auguro sempre che una volta timbrato il cartellino smetterò di pensare alle cose che ho da fare al lavoro…ma finisce sempre che non ci riesco e passo tutta la serata a ruminare sulle cose che ho da fare e che temo di non riuscire a fare…!
Mentre preparo la cena, mentre mangio, mentre parlo con mio marito, io non faccio altro che rievocare nella mia mente le scadenze che ho nei giorni successivi, immagino cosa potrebbe andare storto e immagino le mille catastrofi e i mille contrattempi che potrebbero accadere. All’idea di avere queste scadenze mi sento terribilmente in ansia e provo, per ognuna di queste catastrofi, ad immaginare cosa potrei fare per porvi rimedio. Ogni volta, però, non riesco mai a trovare una soluzione definitiva e mi arrovello e mi agito senza trovare pace. A volte penso che questi pensieri e quest’ansia mi aiutino ad essere “preparata” nel caso in cui le cose che immagino accadano per davvero. Nella realtà, però, io non trovo soluzioni ai problemi…Sto solo male e non riesco a smettere”
Questo stralcio tratto dal resoconto di una seduta di consulenza con una paziente riassume, a mio avviso, tutte le caratteristiche distintive del rimuginio ansioso, così come lo definì Thomas Borkovec, che per primo descrisse questo sintomo.
Il rimuginio consiste in un pensiero ansioso di natura verbale (non immaginativa) caratterizzato dalla rievocazione persistente di uno o più problemi che ci assillano e di possibili eventi futuri negativi che potrebbero accadere e peggiorare la situazione. Quando rimuginiamo siamo incapaci di scegliere con decisione un piano operativo di risposta al pericolo e di soluzione al problema perché tendiamo a giudicare ogni soluzione come insufficiente o poco risolutiva. L’ansia che si prova nel rimuginare non è un’ansia estrema, è un’ansia moderata. Nel rimuginare siamo semi-allertati e abbiamo la sensazione di padroneggiare la nostra ansia, in realtà è proprio questa sensazione di padroneggiamento che ci impedisce di “darci un taglio” e dedicare le nostre risorse cognitive ad altri pensieri e ad altre attività.
Quando rimuginiamo ci ripetiamo mentalmente quali sono le cose che vanno male o che qualcosa di brutto potrebbe accadere da un momento all’altro, ma lo facciamo con assoluta mancanza di dettaglio. L’evento o gli eventi temuti rappresenterebbero per noi un danno irreparabile ma, spesso, non siamo in grado di rappresentarci in cosa consisterebbe la “catastroficità” dell’evento. Diamo per scontato che, se si verificasse l’evento che temiamo sarebbe un’immane tragedia ma non siamo in grado di ipotizzare esiti alternativi, forse, meno catastrofici e magari più realistici.
Chi rimugina tende ad attribuire al rimuginare delle funzioni positive, degli scopi vantaggiosi. In questo modo rafforza il rimuginio e spiega a se stesso la sua tendenza a rimuginare.
Il primo scopo positivo attribuito al rimuginio è l’attenuazione di uno stato d’animo immediatamente sgradevole, ovvero l’ansia evocata dalle immagini mentali. Come accennavo in precedenza, il rimuginio è un pensiero “senza immagini”. Le immagini mentali concrete evocano emozioni molto più intense delle emozioni evocate dal pensiero verbale astratto. In altri termini, l’attività rimuginativa riduce l’ansia ma non la “spegne” mai del tutto. Questa riduzione dell’ansia, però, ci dà l’impressione di riuscire a gestire l’ansia intensa che altre forme di pensiero immaginativo scatenano in noi.
In secondo luogo, il rimuginio può essere scambiato per una strategia efficace di risoluzione del problema. Molti pazienti, quando rimuginano, ritengono di stare affrontando il problema. In realtà, si tratta di un’illusione. Chi rimugina non raggiunge mai la soluzione del problema e continua ossessivamente a cercarla.
In altri casi, invece, chi rimugina giustifica il proprio rimuginio in maniera differente. Conosce perfettamente lo scarso valore risolutivo dei suoi pensieri ripetitivi ma ritiene che preoccuparsi “serva” a non farsi trovare impreparato davanti al pericolo e ritiene che mantenendosi sempre sufficientemente all’erta, soffrirà o si spaventerà di meno se l’evento da lui temuto dovesse realizzarsi.
Esistono poi pazienti che sviluppano convinzioni negative sul proprio rimuginio (Wells, 2000). Alcuni, infatti, ritengono di non avere alcun controllo sul proprio rimuginio e proprio per questo motivo temono che prima o poi impazziranno. Altri pazienti, invece, si svalutano fortemente per il fatto di rimuginare, si sentono in colpa perché il rimuginare è per loro una prova della propria debolezza.
Una funzione assolta spesso dal rimuginio è quella di “distrarre” il soggetto da emozioni o situazioni ben più pericolose e problematiche di quelle per le quali in realtà lui si sta preoccupando
Interrompere il rimuginio deve essere uno dei primi obiettivi di una psicoterapia dal momento che l’attività rimuginativa è un elemento che, il più delle volte, alimenta e mantiene in vita la sofferenza mentale. Il trattamento del rimuginio passa necessariamente attraverso la “ristrutturazione” delle convinzioni positive o negative che il paziente ha del rimuginio stesso e di se in relazione all’attività rimuginativa. E’ intuitivo che, se il paziente rimane fermamente convinto che rimuginare abbia una qualche utilità per lui, difficilmente penserà di abbandonare quest’attività. Altrettanto importante è trattare l’idea che i rimuginatori hanno di se stessi in relazione al rimuginio. Con delle precise tecniche cognitive e comportamentali il terapeuta è in grado di “interrompere” i circoli viziosi del rimuginio e riportare il paziente e modalità cognitive ed emotive più funzionali e adattive.
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Bibliografia
Borkovec, D. T., Inz, J. (1990), “The Nature of Worry in generalized anxiety disorders: a predominance of thought activity”. In Behaviour Research & Therapy, 28, 2.
Borkovec, D. T., Roemer L. (1995), “Perceived Function of worry among generalized anxiety disorder subject: distraction from more emotional topics?” In Journal of behavior therapy & Experimental Psychiatry, 26.
Sassaroli S., Lorenzini R., Ruggiero G.M. (2006), Psicoterapia Cognitiva dell’ansia, Raffello Cortina.
Wells A. (2000), Disturbi emozionali e metacognizione, Erickson.
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