Cervello e stress
Il cervello è sensibile ai fattori di stress, che possono lasciare una traccia permanente nella struttura cerebrale, determinando modificazioni dell’umore e delle capacità cognitive.
Per far fronte agli eventi stressanti, e quindi per garantirci la sopravvivenza, il nostro cervello produce una maggiore quantità di cortisolo, l’ormone dello stress, e rilascia una consistente dose di adrenalina.
L’aumento del cortisolo può rallentare o addirittura bloccare una specifica area del cervello: l’ippocampo, un’area fondamentale per la memoria. Se rilasciato per lunghi periodi, a causa ad esempio di traumi ripetuti nel tempo, il cortisolo può danneggiare il cervello, sia ostacolando la crescita e la creazione di nuove connessioni tra neuroni in un cervello in via di sviluppo sia, nei casi più gravi, distruggendo i neuroni già presenti e i collegamenti tra loro.
Il maggiore rilascio dell’adrenalina durante il trauma consente di mettere in atto in maniera rapida e automatica delle azioni – di attacco o fuga – finalizzate alla nostra sopravvivenza. Dall’altro lato, però, influenza anche il modo in cui memorizziamo l’evento traumatico, il modo in cui le immagini, le sensazioni, i suoni che ci ricordano qualche aspetto di quell’evento possono ri-attivare il cervello “come se” fossimo nuovamente di fronte a quella minaccia o a quel pericolo, aumentando la sensibilità a certi stimoli ambientali, che può continuare anche dopo la cessazione del trauma.
Stress e fasi della vita
Nella prima infanzia il sistema ipotalamo-ipofisi-surrene è particolarmente sensibile allo stress di tipo affettivo, determinato ad esempio da depressione materna, incuria e trascuratezza o nei casi più gravi da maltrattamento e abusi e può influenzare negativamente lo sviluppo del cervello del bambino, che è massimamente plastico e quindi massimamente capace di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità a seconda dell’attività dei propri neuroni, correlata agli stimoli ricevuti dall’ambiente esterno. In questi casi lo stress intenso e ripetuto può portare all’insorgenza di deficit cognitivi e a successive forme di psicopatologia.
Nell’adolescenza, la corteccia prefrontale, da cui dipendono le funzioni esecutive e il controllo dell’emotività, va incontro ad un’intensa maturazione, accompagnata ad un aumento dei recettori per i glucorticoidi, che modulano le funzioni cognitive ed emotive: lo stress può quindi facilitare lo sviluppo di disturbi dell’umore e di disturbi d’ansia.
Anche nell’età adulta, si riscontra una correlazione tra alti livelli di stress, livelli di glucorticoidi e forme di psicopatologia. Molti studi mostrano la presenza di riduzione dell’ippocampo non solo in caso di stress nel periodo dello sviluppo, ma anche nelle persone adulte che subiscono un trauma importante in età adulta, ad esempio i reduci di guerra o le vittime di abusi prolungati nel tempo, nei quali si è verificata una vera e propria riduzione del volume dell’ippocampo.
Nella vecchiaia, i livelli di glucorticoidi sono più elevati rispetto a quelli riscontrabili nei giovani e negli adulti. In seguito a stress si verifica un ulteriore aumento del cortisolo, che svolge un effetto negativo a livello neuronale, in particolare sulle cellule della corteccia prefrontale, meno in grado di comunicare tra loro. Lo stress facilita inoltre il processo di morte neuronale nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale, che si traduce in una ridotta efficienza cognitiva.
Molti meccanismi neurochimici si innescano nel corso dell’evento traumatico nelle varie fasi di vita, comprendere quale impatto abbia un trauma per il nostro sistema nervoso, può aiutarci nell’approccio terapeutico e può consentire a chi ha subito un trauma di trovare la strada della guarigione.
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