La paura di amare

Amare e lasciarsi andare con un altro essere umano rappresentano le azioni più gratificanti e coinvolgenti nella vita di un individuo. Allo stesso tempo, però, si tratta di azioni complesse e a volte difficili da realizzare che richiedono sempre e comunque un ingrediente chiave. Quale? La fiducia.
Negli anni 80, John Bowlby parlò per la prima volta di “fiducia di base” ovvero di quella capacità degli esseri umani di esplorare il proprio ambiente e di affrontare i pericoli senza lasciarsi intimorire, scoraggiare o sopraffare dalla preoccupazione di potersi fare male.
La fiducia di base rappresenta dunque, in estrema sintesi, la capacità che abbiamo di affrontare l’ignoto e di rischiare. Questo genere di fiducia non è un dato innato in ognuno di noi ma è il frutto di un apprendimento che si verifica e si modifica sin dalla nascita.

Il primo e più importante agente di questo apprendimento è la nostra relazione con la figura che si è presa cura di noi da bambini, ovvero nostra madre. In che modo le nostre mamme ci hanno “insegnato” la fiducia di base? Quando una mamma guarda il suo bimbo piccolo cadere per terra e farsi male, sono il suo sguardo e il modo che ha di soccorrerlo a indicare al piccolo quanto quella caduta possa essere pericolosa per lui. Il dolore fisico che il piccolo prova nel cadere e la sua preoccupazione trovano senso e contenimento nello sguardo della sua mamma. E’ un po’ come se il piccolo imparasse a dare un senso alla sua caduta e al dolore che prova attraverso gli occhi di sua madre. Una madre ansiosa, preoccupata del fatto che il suo bambino possa rimanere  traumatizzato dalla caduta, verosimilmente lo soccorrerà comportandosi di conseguenza, ovvero non riuscirà a comunicare al piccolo che è comprensibile preoccuparsi ma che “tutto si sistemerà”. Il piccolo, dunque, imparerà che cadere è un’esperienza traumatica, che il dolore e i rischi della caduta sono imprevedibili  e che dunque farà bene a evitare di esplorare, giocare e correre se effettivamente esiste il rischio di farsi così male.

Un altro esempio che ci può far ben comprendere quanto la nostra “fiducia di base” sia appresa nel corso della nostra relazione con chi si è preso cura di noi è rappresentato dalla condizione in cui il piccolo cade e si fa male ma non c’è nessuno a soccorrerlo. Il piccolo imparerà che cadere è un’esperienza dolorosa, senza rimedio e che probabilmente non esiste nessuno che possa contenere quel dolore e prestargli soccorso e aiuto nel momento del bisogno. Esperienze dolorose come questa  che si ripetono nel tempo e che non vengono mitigate e bilanciate da esperienze positive fanno sì che il bambino interiorizzi un modello di relazione con l’altro in cui l’altro è qualcuno di cui non fidarsi, qualcuno che non c’è nel momento del bisogno, qualcuno che può far male e che dunque è meglio evitare.

Il bambino che ha interiorizzato questo modello di relazione con la sua mamma sarà verosimilmente un adulto  che farà estrema fatica a fidarsi degli altri e, in maniera del tutto involontaria e inconsapevole, tenderà a leggere nei comportamenti degli altri l’evidenza della loro inaffidabilità e della loro malevolenza.

Questa fatica sarà estremamente evidente e doppiamente più invalidante all’interno delle relazioni intime. Persone che hanno interiorizzato modelli negativi di relazione con l’altro sperimentano spesso forme più o meno intense di ansia e/o panico quando si confrontano con la vicinanza emotiva e con la possibilità di legarsi a qualcuno. Legarsi intimamente a qualcuno che si ama significa infatti per loro rischiare di ritrovarsi feriti, abbandonati o delusi esattamente come è successo loro da bambini.

Alcuni psicologi parlano di “disturbo della fiducia di base” per identificare tutte quelle situazioni in cui ciò che è stata minata alle fondamenta nel corso del suo sviluppo è la capacità da parte dell’individuo di fidarsi e investire nella relazione con il prossimo.

La psicoterapia, in questi casi, sarà focalizzata in linea generale su una comprensione di tutte quelle dinamiche passate e presenti che hanno determinato l’instaurarsi del disturbo e su un allenamento emotivo, cognitivo e comportamentale, in seduta e fuori, a tutte quelle pratiche che consentono di “disimparare” la sfiducia.

 

© MilanoPsicologo.it | Centro di Psicologia e Psicoterapia MilanoTerapia Cognitivo Comportamentale CBT + EMDRNeurofeedback Dinamico