Non molto tempo fa io e una mia paziente riflettevamo su cosa volesse dire essere felici. Man mano che la conversazione proseguiva ci rendevamo conto che definire cosa fosse la felicità era estremamente difficile.
Provate a chiedervi e a chiedere agli altri cosa sia la felicità. Probabilmente otterrete svariate risposte. Per alcuni la felicità è un’emozione, una condizione soggettiva positiva. Per altri è una sorta di stato esistenziale costante, una sensazione costante di appagamento. Per altri ancora essere felici coincide con il possedere dei valori positivi. La verità è che definire cosa sia la felicità è per chiunque un’impresa assai ardua. Ed è ardua anche per la scienza.
Daniel Gilbert, psicologo e ricercatore ad Harvard, ha speso parecchi anni a capire cosa sia la felicità.
Ecco le sue proposte:
Felicità emotiva. Si tratta di una sensazione affettiva, un’esperienza, uno stato soggettivo transitorio suscitato, anche se fondamentalmente slegato, da qualcosa di oggettivo presente nel mondo reale. Si può essere felici per un film, rimanere senza fiato davanti a un tramonto, essere appagati da una fetta di torta.
Felicità morale. Si tratta di un complesso di atteggiamenti orientati in senso filosofico. Se una persona conduce una vita retta e perbene ed è consapevole del significato etico delle proprie azioni, potrà sentirsi profondamente soddisfatta e contenta.
Felicità legata al giudizio. In questo caso la parola “felicità” è seguita da preposizioni come “per”, “di”, “che”. Una persona sarà felice di andare al parco o sarà felice per un’amico a cui hanno appena regalato un cane. Questo implica formulare un giudizio sul mondo, non in termini di sensazioni soggettive transitorie ma in quanto si individua una fonte di sensazioni potenzialmente piacevoli, passate, presenti o future.
Da cosa deriva la felicità, indipendentemente dal tipo di felicità di cui si parla? A dircelo è il più lungo esperimento, tuttora in corso, nella storia delle moderne scienze sociali. Lo psicologo che dirige questo progetto di ricerca si chiama George Vaillant, è un ricercatore di Harvard e il nome dello studio è “Study of adult development”. Lo studio si propone di indagare se esiste una formula per il “vivere bene”. In altre parole, cos’è che rende felice la gente?
Gli ideatori dello studio hanno individuato 268 studenti di Harvard, tutti maschi bianchi, con una buona posizione socio-economica, molti con un luminoso futuro davanti a sé (tra i partecipanti anche John F. Kennedy). Gli eventi della loro vita sono stati monitorati per anni da un team di psicologi, antropologi, operatori sociali, persino fisiologi. Questi uomini sono stati sottoposti a check-up medici completi ogni cinque anni, batterie di test psicologici periodici, interviste e hanno dovuto rispondere a questionari ogni due anni per quasi 45 anni. Cosa è venuto fuori da questo studio così articolato e lungo? Che cos’è, dunque, il vivere bene? Cosa ci rende felici? Vaillant ha concluso dicendo che “l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri”. Dopo quasi 75 anni questa è l’unica grande scoperta. I legami affettivi, quelle connessioni spesso complesse che tengono vicine famiglie e amici, sono l’elemento essenziale che porta alla felicità. I legami affettivi risultano essere il miglior fattore predittivo rispetto a qualunque altra variabile singola. E quando si arriva alla mezza età diventano l’unico fattore.
Più le relazioni sono profonde e meglio è. Lo “Study of adult development” rileva che le persone non raggiungono la fascia superiore del 10% nella graduatoria della felicità se non hanno una relazione di coppia di qualche tipo. Il matrimonio è un fattore importante. Circa il 40% degli adulti sposati si definisce “molto felice” contro il 23% degli adulti che non lo è mai stato.
Da allora queste elementari scoperte sono state confermate ed estese da ulteriori ricerche. Ecco quali sono gli altri fattori predittivi del vivere felici:
- Una dose costante di azioni di generosità;
- Stilare elenchi di cose per le quali si è grati, che genera sensazioni di felicità nel breve termine;
- Coltivare un atteggiamento di gratitudine generale, che genera sensazioni di felicità nel lungo termine;
- Condividere nuove esperienze con qualcuno a cui vogliamo bene;
- Perdonare le persone care quando ci offendono.
Se tutte queste cose possono apparire ovvie, classici suggerimenti da libri o riviste di auto aiuto, quello che stiamo per affermare rappresenta invece una sorpresa: il denaro non supera l’esame. Le persone che guadagnano più di 3 milioni di euro all’anno non sono significativamente più felici di quelle che si fermano a 70000, secondo quanto scoperto da “The journal of happiness studies”. I soldi vanno di pari passo con la felicità solo nel caso in cui sollevino una persona da una condizione di povertà, portandola intorno ai 35000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità imboccano strade diverse. Questo suggerisce che una volta soddisfatte le necessità basilari, per essere felici abbiamo bisogno solo di molti amici e familiari affettuosi.
© MilanoPsicologo.it | Centro di Psicologia e Psicoterapia – Milano | Terapia Cognitivo Comportamentale CBT + EMDR + Neurofeedback + Psico-Training
visita l’angolo della posta “LO PSICOLOGO RISPONDE“